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Numero 1 del 2018

Ti regalo una parola


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Testi pagina 4

NULLA È PERDUTO, SE HAI SOGNI E PROGETTI
Paola, Rebibbia, 2018
Sono a Roma e torno da un giro al centro con i miei amici. È settembre, è sera, sono vestita in modo che si potrebbe definire provocante. Devo prendere un autobus, quello che da Piazza Venezia mi porta a casa. “Stai attenta, mi raccomando“ dice una mia amica salutandomi. Prima di salire su quel pullman entro nel bagno di un pub per cambiarmi. Mi tolgo i leggings e mi infilo i pantaloni di una tuta, cambio la parte sopra con una felpa che starebbe larga anche ad una donna incinta di nove mesi. Per dare meno nell’occhio mi infilo anche il cappuccio, sostituisco i tacchi con un paio di Nike così, in caso di pericolo, posso correre meglio.
Nel bus ci sono quasi solo uomini che mi fissano come se non vedessero una ragazza da secoli. Pensavo che vestita in quel modo fossi mimetizzata e invece niente. Mi metto le cuffie dell’Ipad e cerco di non pensare a quella strana situazione. Sembra che al calare del sole la città diventi proprietà del genere maschile e che, noi donne, siamo visitatrici di un territorio in cui vige un codice morale e comportamentale che stabilisce cosa è consono e ciò che non è consono costituisce una provocazione. E una provocazione giustifica un’aggressione. Devo adeguarmi portandomi dietro un cambio di vestiti. È come mettersi un velo per visitare un paese arabo. Fantascienza? No, realtà.
La violenza sulle donne non ha nulla di primitivo a mio parere, è legata, al contrario, alla nascita della società, agli albori della cultura. La polis greca da cui la donna è stata programmaticamente esclusa e dove ancora oggi, anche se partecipe alla comunità grazie ai diritti difficilmente acquisiti, non viene comunque totalmente compresa. Continuiamo a sentire commenti del tipo ”se la va a cercare” o “avrebbe potuto evitarlo”. Il mio senso dell’ingiustizia si è alimentato su quell’autobus, è molto semplice per un uomo sovrastarmi fisicamente e quindi io sono in pericolo, si tratta di forza fisica, la subordinazione della donna come risultato naturale della differente anatomia dei generi. Perché devono decidere loro quando prenderti e possederti? Sono queste moltitudini di pensieri che hanno fatto scattare in me una voglia irrefrenabile di ribellarmi a questo maschilismo, aggiungiamoci anche le varie storielle finite male perché o troppo apprensivi o totalmente menefreghisti. Un piccolo abuso da bambina non sfociato nell’irrimediabile, la perdita di un padre quando avevo dieci anni e ancora adesso sono inconsapevole se quell’uomo, prima di abbandonare tua madre per altre mille donne - e di conseguenza me - se fosse ancora vivo si sarebbe preso cura della sua piccolina. Una madre tanto bella da non passare mai inosservata e che, essendo calabrese, voleva dimostrarsi dura e fredda imponendomi regole (che non ho mai rispettato) perché diceva che il mondo è un posto pericoloso. Ma io non ho mai voluto darle retta, fino ad arrivare a fare scelte sbagliate. Volevo invertire me stessa dal sesso “debole” (la donna) al sesso forte (l’uomo), così chiamati in questa società bizzarra. Ma così ho solo preso in giro me stessa. Avevo pensato di mettere giustizia in un mondo maschilista dove prevale sempre (o quasi) il sesso, non il sentimento. Poi la vita ti fa rendere conto che quello era un vicolo cieco e non certo la vendetta contro il genere maschile che stavo cercando.
A svegliarmi è stata la consapevolezza, dopo un avvenimento, dove la linea tra giusto e sbagliato, legale e illegale è enormemente sottile. Così adesso sono qui a Rebibbia: per un fatto accaduto nell’estate 2013 sconto una pena definitiva dall’ottobre 2016. Sono entrata in carcere quando ormai ero un'altra persona. La condanna esecutiva è arrivata interrompendo il mio nuovo progetto di vita: mi ero iscritta all’università, facoltà di scienze infermieristiche. A 24 anni è giusto darsi delle possibilità. Avevo anche cominciato a tenerci un po’ di più al mio corpo e alla mia anima. Ma forse serviva questo uragano di avvenimenti a farmi vedere la realtà da un altro punto di vista.
Andare in tribunale per essere giudicati e vedere mia madre piangere mi ha segnato profondamente. Sono davvero cambiata. Quando uscirò da qui farò del tutto per avere una buona riabilitazione, l’unica che ti permette in seguito di poter cancellare precedenti penali scritti nel casellario giudiziario. Perché puoi essere dotata delle migliori capacità intellettuali, ma se hai la fedina penale sporca è quasi impossibile trovare un lavoro, anche il più umile. I miei progetti sono di continuare a studiare, laurearmi e lavorare come infermiera perche quando facevo il tirocinio ho capito che quello era il lavoro della mia vita, un lavoro dove poter aiutare il prossimo, vedere persone stare meglio grazie anche al mio contributo mi faceva davvero stare bene. Ho capito anche che dove c’è passione c’è tutto.
Quindi sorrido e vado avanti, nulla è perduto. Mi devo volere bene perché la vita è un viaggio meraviglioso. Ho appreso che non occorre la molestia o la storiella finita male o una vita sgangherata. Basta la rinuncia alle proprie ambizioni a renderci ancora il “sesso debole”. Per rimanere noi stesse abbiamo bisogno di un’educazione emotiva e sessuale diversa da quella fallimentare che ci ha accompagnate nella vita. Bisogna saper girare pagina, e io l’ho fatto. Coltiviamo i nostri sogni, impegniamoci per obiettivi da raggiungere e conquistare.
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