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Numero 1 del 2024

Dedicato a Marisa Rodano

 


Foto: Dedicato a Marisa Rodano
PAGINA 35

Testi pagina 35

L’impegno per l’emancipazione delle donne contadine
Alfonso Pascale

Marisa Rodano, figura straordinaria del Novecento, protagonista di tante lotte per la democrazia e la libertà, va ricordata anche per l’attenzione costante ai problemi delle donne contadine.
Nel 1949 partecipò con Giovanni Ranalli, segretario della locale Camera del Lavoro, all’occupazione delle terre a Civitavecchia, che faceva parte del collegio dove era stata eletta Deputata.
Nel 1950 si trovava nella Marsica, in Abruzzo, quando i braccianti Agostino Paris e Antonio Berardicurti furono uccisi da cecchini non identificati. Attendevano nella piazza di Celano l’esito della riunione nella quale si doveva approvare l’elenco dei lavoratori che l’indomani si sarebbero dovuti recare al Fucino per i lavori di pulitura dei canali.
Marisa in quei giorni girava nella zona alla ricerca di un edificio scolastico che avrebbe dovuto ospitare una colonia estiva dell’Udi per i bambini delle borgate romane. Del tragico evento, ha lasciato un toccante ricordo nei due volumi Del mutare dei tempi, vol. 1 L’età dell’inconsapevolezza 1921-1948; vol. 2 L’ora dell’azione e la stagione del raccolto 1948-1968, con la prefazione di Giorgio Napolitano (Editore Memori 2008): “Quel giorno della fine di aprile, mentre stavamo rientrando ad Avezzano, si sparse la voce che a Celano era avvenuto un eccidio: due braccianti che si trovavano con Cantelmi, segretario della sezione del Pci, erano stati uccisi dalle guardie di Torlonia che avevano sparato dalle finestre. Paolo Bufalini, allora segretario regionale del Pci dell’Abruzzo, si era precipitato a Celano, assieme a tutti i dirigenti del Pci, della Cgil e delle forze di sinistra abruzzesi. Arrivò anche Di Vittorio, segretario generale della Cgil. A me, essendo parlamentare, fu richiesto di restare per dare una mano. Ero perciò rimasta fino al giorno del funerale. Andammo a trovare le famiglie degli uccisi, che vivevano in fatiscenti baracche: si trattava dei rifugi ‘provvisori’ costruiti dopo il terremoto del 1915. In quei tuguri, a veglia dei morti composti tra i ceri, salivano strazianti le lamentazioni e le salmodie delle donne assiepate e ammantate di nero. Per il funerale delle vittime dell’eccidio, a Celano, i lavoratori erano giunti da tutto l’Abruzzo”.
Marisa continuò ad interessarsi dei problemi delle campagne e nel 1951 contribuì all’approvazione della legge sulla tutela delle madri lavoratrici, comprese quelle dell’agricoltura: salariate, braccianti e compartecipanti. Tra le norme ve n’era una specifica per il settore primario che obbligava l’Ispettorato del Lavoro a istituire camere di allattamento e asili nido al cui finanziamento dovevano contribuire anche i datori di lavoro.
Peraltro, il suo impegno era rivolto in modo particolare nei confronti delle donne coltivatrici come dimostra la bellissima prefazione che firmò per un prezioso libro del giurista e dirigente dell'Alleanza nazionale dei contadini, Alessandro De Feo, La donna nell'impresa contadina (Editori Riuniti 1964).
Marisa considerava il saggio dello studioso "un segno dei tempi", utilizzando un'espressione di Giovanni XXIII. E aggiungeva che il libro "scaturiva da un contesto reale ancor più che da un impegno individuale di studio, e reso possibile, per così dire, dal moto profondo che ha scosso in questi anni le masse femminili delle campagne italiane".
Si stava infatti verificando da quasi un decennio un fatto nuovo: lo sviluppo della lotta delle donne contadine per la loro emancipazione.
Già nel 1957 il presidente dell’Alleanza nazionale dei contadini e parlamentare comunista, Emilio Sereni, aveva presentato una proposta di legge intitolata “Per la difesa e lo sviluppo dell’impresa e la proprietà contadina”. L’articolo 2 così recitava: “Nella famiglia contadina, che costituisce una unità etica e sociale, ed è come tale soggetta di diritto, i singoli componenti, senza distinzione di sesso e di età, e in situazione di parità, partecipano alla proprietà della terra e alla gestione dell’impresa comune e godono dei diritti, delle provvidenze e delle agevolazioni che la legge dispone”.
Nella famiglia contadina, il lavoro prestato dalla moglie e dai figli era privo di qualsiasi riconoscimento. Non solo. Per avere diritto all’assegnazione di terreni degli enti di riforma la situazione era davvero paradossale. Tutta la famiglia era impegnata a lavorare per pagare le rate e riscattare le terre; ma poi, al momento del riscatto, la proprietà andava al solo capofamiglia. La stessa cosa avveniva in caso di acquisto dei terreni con le agevolazioni per la proprietà coltivatrice. Per avere i mutui quarantennali, l’agricoltore doveva dimostrare di possedere un’azienda vitale, cioè che la sua famiglia era composta da un numero di persone che lavoravano e pagavano le rate. Ma poi, la terra rimaneva intestata solo al capofamiglia e la moglie ne veniva esclusa completamente. Anche l’acquisto degli animali, delle macchine e delle attrezzature era garantito dal lavoro di tutta la famiglia. Ma poi se ne avvantaggiava uno solo.
Inoltre, vigevano le tabelle Serpieri. Queste stabilivano che il lavoro della donna nelle campagne doveva essere valutato in misura inferiore al lavoro maschile. In particolare, fatto il lavoro dell’uomo dai 18 ai 68 anni uguale ad 1, il lavoro della donna era valutato, secondo dette tabelle, 0,60, vale a dire poco più della metà. Dai 12 ai 18 anni, e dopo i 68 anni, il lavoro maschile era valutato 0,50, e quello della donna 0,30, sempre rispetto all’unità lavorativa dell’uomo adulto. In conseguenza di queste tabelle, tutta la legislazione sull’assistenza e sulla previdenza distingueva tra giornata-uomo e giornata-donna, perpetuando così la diversa valutazione del lavoro della donna rispetto a quello dell’uomo. Una grave discriminazione perché le donne contadine portavano il trattore, partecipavano ai lavori per le colture specializzate, svolgevano ogni tipo di attività nelle aziende. Anzi s’accollavano ogni onere di direzione e di lavoro quando il marito andava a lavorare in fabbrica o emigrava più o meno temporaneamente. Ma ad avere tutti i diritti restava l’uomo per cui avvenivano cose curiose: se c’era il premio d’integrazione per l’olio e il marito era in Germania, la donna non poteva fare la domanda, o non poteva incassare, a tutto danno della famiglia.
L’Udi aveva promosso con le donne dell’Alleanza, della Federmezzadri e della Federbraccianti, la raccolta di cinquantamila firme sotto la proposta di legge di iniziativa popolare per l'abolizione delle tabelle Serpieri. Era la prima battaglia autonoma delle contadine per un loro diritto. Ma questa lotta rappresentava anche - come sottolineava Marisa nella prefazione al libro di De Feo - "la raggiunta capacità del movimento unitario di emancipazione delle donne di interessarsi alle donne della campagna, di elaborare concrete rivendicazioni emancipative ad esse proprie, di uscire da un limite che era stato tradizionale in Italia per le associazioni femminili".
La Deputata comunista riconosceva esplicitamente che "il movimento di emancipazione femminile in Italia era stato per decenni un movimento tipicamente urbano". Se si escludeva, infatti, la significativa esperienza dell'organizzazione delle donne braccianti e particolarmente delle mondariso dirette da Argentina Altobelli nei primi due decenni del ventesimo secolo, il movimento delle donne non aveva mai coinvolto le campagne. E questo perché - spiegava la parlamentare - "il movimento socialista vedeva nell'emancipazione femminile essenzialmente una questione della classe dei salariati e concentrava pertanto il suo impegno sull'emancipazione della prestatrice d'opera subordinata".
La donna contadina era stata per un lungo periodo ignorata dai movimenti democratici. Considerata - queste le crude espressioni usate da Marisa - "un personaggio estraneo, quasi un esemplare di altra razza, eterogeneo rispetto alle altre donne".
Questo limite si era potuto superare solo acquisendo culturalmente il nesso inscindibile, nell'assetto sociale delle campagne, tra impresa e famiglia e, nelle piattaforme di lotta, tra emancipazione delle donne e rinnovamento dell'impresa familiare.
Su questo punto, Marisa esprimeva considerazioni molto acute come questa: "L'esigenza di libertà, di autonoma espansione della personalità femminile, impone di liquidare i residui patriarcalistici, di costruire una nuova realtà familiare fuori degli antichi schemi oppressivi; e una tale operazione, a sua volta, investe necessariamente la funzione economica della famiglia e perciò tutti quei rapporti contrattuali (quali la mezzadria, la colonia, la compartecipazione, lo stesso contratto di assegnazione) che, fondandosi su una totale identificazione tra famiglia e impresa, tendono, in definitiva, a fare del capofamiglia uno schiavizzato, ma pur sempre schiavistico appaltatore di mano d'opera". E concludeva: "In tal senso la lotta di emancipazione delle donne diviene leva possente per sollecitare un nuovo e diverso ordinamento dei rapporti contrattuali e dell'assetto fondiario".
Come si può, dunque, notare, ci troviamo dinanzi ad una personalità eccezionale: coniugava, infatti, una sapienza in ambiti culturali molteplici e una sensibilità rara nel comprendere aspetti della vita contadina, che solo rapporti diretti e di reciproco ascolto permettevano di valutare.
La battaglia si concluse vittoriosamente nel 1975 con la Riforma del Diritto di famiglia. In essa fu introdotta per la prima volta una norma sull’impresa familiare per tutelare i componenti della famiglia che collaborano nell’impresa nei confronti dell’imprenditore. Al familiare partecipante all’impresa veniva riconosciuto il diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e alla partecipazione agli utili dell'impresa familiare e ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell'azienda in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato. Da allora in poi le decisioni concernenti l'impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell'impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano alla impresa stessa.
In quegli anni, Marisa non era più Senatrice e svolgeva la funzione di Consigliera provinciale a Roma. Ma, per la sua lunga esperienza, veniva chiamata comunque alle riunioni delle parlamentari comuniste che seguivano l’iter della riforma. A lei era noto che, esclusivamente per l’agricoltura e solo in alcune aree dell’Italia centrale, esisteva l’antico consuetudinario istituto della comunione tacita familiare: le famiglie si aggregavano per condurre un’impresa comune. In base a questi antichi usi, tutto quello che veniva acquisito, comprese le migliorie, era diviso fra tutti i componenti della comunione. Marisa ottenne che, nella riforma, l’antica consuetudine fosse estesa a tutto il Paese e che anche in agricoltura il lavoro della donna e quello dell’uomo venissero considerati equivalenti.
Sono state personalità di tale levatura a svolgere quella indispensabile funzione di guida che ha consentito a milioni di donne di combattere la buona battaglia per la libertà e la dignità.
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